Tra benefici fisici, neurochimica e connessione umana: Luciana Murro, psicologa e psiconcologa, spiega perché ritrovare il sorriso fa bene anche durante la malattia.
Il riso abbonda sulla bocca degli stolti. Ridi che ti passa. Due ben noti detti popolari, ma anche due approcci alla risata. C’è chi la considera parte della vita e chi, invece, giudica superficiali le persone che affrontano la quotidianità col sorriso. Ma ridere fa bene, anche durante la malattia. E addirittura, c’è chi ci ha scritto anche un libro. Norman Cousins, giornalista statunitense, nel suo Anatomy of an Illness, pubblicato nel 1979 e noto in italiano come La volontà di guarire, ha raccontato della propria esperienza di malattia e del ruolo attribuito al buonumore nel suo percorso di recupero. Accanto alle cure mediche, ha dedicato del tempo alla visione di film comici e alla lettura di testi divertenti, con benefici soprattutto rispetto al benessere psicologico e alla qualità della vita.
Il potere del buonumore anche nella malattia
Certo, quando si è “immersi” in un percorso terapeutico, si tende a chiudersi su sé stessi, a isolarsi, a essere più stressati. All’opposto rispetto alla risata che invece è associata all’apertura, alla leggerezza, al rilassamento e alla relazione con gli altri. «La difficoltà sta nel riuscire a far convivere queste due dimensioni: il dolore, che merita rispetto e ascolto, e la possibilità di provare gioia anche nei momenti difficili», racconta Luciana Murru, psicologa e psiconcologa. «Non è semplice, perché ci sono aspetti emotivi e culturali che entrano in gioco. Quando una persona soffre, tende spesso a concentrarsi completamente sulla propria condizione e perdere temporaneamente la capacità di rivolgere l’attenzione altrove. Esistono inoltre tradizioni culturali che hanno attribuito al dolore un valore particolare, talvolta a scapito della gioia. Ma la vita non è fatta soltanto di lacrime. Ridere durante una malattia non significa necessariamente sottovalutarla: può essere un modo per reagire e per recuperare uno spazio di libertà personale». Mentre si ride, dal punto di vista fisico, si attiva un lavoro importante del diaframma, cioè del muscolo a forma di cupola che separa la cavità toracica da quella addominale e che svolge un ruolo fondamentale nella respirazione. Il cervello, inoltre, attiva sistemi neurochimici coinvolti nella sensazione di benessere, tra cui quelli legati alle endorfine, alla serotonina e alla dopamina. «Il movimento del diaframma e la respirazione che accompagnano la risata possono contribuire a modificare il nostro stato fisiologico», sottolinea la Murru. «Quando ridiamo, quindi, non cambia soltanto il nostro umore: si attivano meccanismi corporei che possono favorire il rilassamento, ridurre la tensione e renderci più disponibili alla relazione con gli altri».
Ridere è una reazione importante
Insomma, ridere fa bene. «È interessante osservare che non ridiamo soltanto quando qualcosa ci solletica», continua la dottoressa Murru. «Pensiamo allo yoga della risata, per esempio: le persone iniziano a ridere volontariamente, senza che ci sia necessariamente una ragione divertente, e spesso finiscono per ridere davvero». Questo, anche grazie al fenomeno del contagio della risata. «Quando vediamo una persona ridere», sottolinea la Murru. «può venirci spontaneamente da ridere a nostra volta. Entrano in gioco diversi meccanismi di imitazione e di risonanza sociale, ai quali potrebbero contribuire anche i neuroni specchio. Non è un caso che si rida molto più spesso in compagnia che da soli. La risata, infatti, è anche uno strumento di comunicazione e di connessione tra le persone».
La ricetta per ridere
Ma come si fa a rendere il riso parte della propria vita, anche durante la malattia? Il punto di partenza è l’autodistanziamento, cioè la capacità di spostare per qualche momento l’attenzione dalla propria condizione. Solo così è possibile aprirsi uno spazio per altre esperienze, comprese quelle piacevoli. «Nel mio lavoro con le persone che affrontano una malattia, c’è una settimana dedicata al buonumore», sottolinea Murru. «L’obiettivo è invitare i partecipanti a ritagliarsi del tempo per attività leggere: guardare film comici, cercare gli sketch degli artisti che preferiscono, leggere libri divertenti o ascoltare persone capaci di farli sorridere». Questo, pensando solo a sé stessi. Non esiste infatti un umorismo che funzioni allo stesso modo per tutti. L’importante è individuare ciò che, personalmente, aiuta a stare meglio. «Non è detto però che sia facile riuscire a farlo proprio nei momenti più difficili», sottolinea Murru. «Per questo è utile esercitare queste capacità nella vita quotidiana, quando stiamo bene. Possiamo imparare a non prenderci sempre troppo sul serio, a guardare le situazioni da punti di vista diversi e a riconoscere le occasioni di leggerezza». Un consiglio? Non andare mai a dormire senza aver dedicato qualche minuto a qualcosa che possa far sorridere: uno sketch comico, una scena divertente, un video, una lettura leggera.
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Giornalista scientifica dal 1992, specializzata in comunicazione della salute con particolare attenzione all'oncologia. Esperienza pluriennale in campagne informative e divulgazione scientifica. Vincitrice del premio Giovanni Maria Pace nel 2019 per il giornalismo in ambito oncologico.
