In occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, ecco come stili di vita sani, socialità e “prescrizione sociale” dell’arte possono prevenire fino al 40% dei casi di demenza.
Il 21 settembre si celebra la Giornata Mondiale dell’Alzheimer, istituita nel 1994 da Alzheimer’s Disease International (ADI), in collaborazione con l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, con l’obiettivo di aumentare la conoscenza della malattia e contribuire a contrastare lo stigma che ancora accompagna le demenze. Solo in Italia, circa 1,2 milioni di persone convivono con una forma di demenza, mentre sono circa 600.000 quelle con malattia di Alzheimer, la forma più comune di demenza. E secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità, il numero di persone con demenza potrebbe superare 1,6 milioni nel 2030 e arrivare a circa 2,3 milioni nel 2050. Sono numeri che devono far riflettere e che stanno portando la comunità scientifica a concentrarsi sempre di più non solo sulle terapie, ma anche sulla prevenzione. Già da qualche anno, la prevenzione “batte” su un concetto importante: ciò che fa bene al corpo, fa bene anche alla mente. Le ricerche infatti dimostrano che condurre uno stile di vita sano tiene lontano circa il 40% di casi di malattia. Comprese alcune forme di demenza.
Andare al museo con la ricetta del medico
Stile di vita significa anche dedicare del tempo all’arte: visitare un museo, andare al cinema, a teatro, seguire un corso di fotografia, oppure di danza, o di canto. La scelta è ampia e sono tanti i benefici che ne derivano, confermati da sempre più ricerche. Tanto da essere stato coniato anche il termine social prescribing, da noi prescrizione sociale, un nuovo approccio alla salute. Consiste infatti nella prescrizione da parte del medico non solo di farmaci, ma anche di attività non cliniche, come per l’appunto la visita al museo. Fantascienza? No. Nel Regno Unito, per esempio, questa modalità è inserita nel sistema sanitario nazionale dal 2019. E l’OMS ha messo a punto un toolkit sulla prescrizione sociale, tradotto in Italia dal Cultural Welfare Center . Offre linee guida e indicazioni operative per orientare le persone verso le più appropriate risorse culturali, sociali e sportive presenti nella comunità. Anche l’Italia si sta muovendo. E mentre si sta mettendo a punto la modalità di prescrizione sociale da adottare, nelle diverse Regioni ci sono già diverse iniziative per l’invecchiamento attivo, con la prescrizione di pratiche salutari, come le regole di un’alimentazione corretta, e culturali quali esperienze museali e di lettura, attività teatrali e musicali.
L’arte, una medicina impagabile
Sì allora a ritagliarsi del tempo per l’arte, a patto di farlo in compagnia, perché le relazioni sociali sono l’altro grande punto a favore di un sano invecchiamento. Sono pochi gli amici disponibili? Non importa. In ogni città esiste la possibilità di iscriversi a gruppi e così, di ampliare le conoscenze. E poco importa se ci si ritrova a osservare un quadro che non piace: solleva comunque un dibattito che fa bene. Ancora meglio poi se ci si ritrova rapiti di fronte a un’opera che colpisce positivamente. In questo caso, il cervello si può ritrovare in una situazione di particolare benessere. Simula infatti internamente le azioni, le posture e le emozioni rappresentate, permettendo in qualche modo di “sentire” ciò che si osserva ed entrare in risonanza anche con il gesto dell’artista, per esempio con il movimento della pennellata.
Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. Si chiama prescrizione sociale, nel Regno Unito esiste dagli anni 90 del secolo scorso e dal 2019 è stata integrata nel National Health Service, su scala nazionale. Pure in Italia già da alcuni anni esistono diverse sperimentazioni, solidamente accompagnate dalla ricerca scientifica, ma la novità è che ora la prescrizione sociale per la prima volta viene nominata in un documento istituzionale nazionale: si tratta del protocollo d’intesa fra ministero della Cultura e ministero della Salute che – preso atto del fatto che «la fruizione della cultura può incidere sul miglioramento dello stato di salute» – vuole ora «promuovere iniziative di sperimentazione traslazionale, anche nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale» per valutare il contributo che esse possono dare nello «stimolare il benessere psicofisico nei luoghi di cura e/o nei siti culturali in cui esse vengono realizzate». L’intesa ha incassato l’ok della Conferenza Stato-Regioni lo scorso 5 febbraio: una svolta che ha immediatamente fatto fare al tema un salto di scala, portando la prescrizione sociale e il welfare culturale da nicchia ad hype. Con tutto ciò che nel bene e nel male questo comporta.
Giornalista scientifica dal 1992, specializzata in comunicazione della salute con particolare attenzione all'oncologia. Esperienza pluriennale in campagne informative e divulgazione scientifica. Vincitrice del premio Giovanni Maria Pace nel 2019 per il giornalismo in ambito oncologico.
