Esplorare ciò che accade dentro di noi, riconoscere la propria sofferenza e comprendere di cosa abbiamo bisogno per stare meglio, sono aspetti fondamentali del prendersi cura della propria salute. Ne abbiamo parlato con Davide Ferraris, psicologo clinico e della salute.
Scopri “Parliamone qui”!
La prima piattaforma online di psiconcologia rivolta a pazienti oncologici e loro caregiver.
La salute mentale è parte integrante del nostro benessere e prendersene cura significa imparare ad ascoltare ciò che proviamo, comprese le emozioni più difficili. Non significa essere sempre positivi, avere sempre una risposta pronta o riuscire a gestire ogni difficoltà da soli, significa poter riconoscere e accogliere la vulnerabilità, la paura, la rabbia, la tristezza, senza considerarle delle debolezze.
È proprio l’ascolto di chi ha vissuto in prima persona un’esperienza di sofferenza il tema al centro della Giornata mondiale della salute mentale di quest’anno, che si celebra il 10 ottobre con il messaggio “Lived experiences heard: real voices, real change”. Ascoltare queste esperienze significa riconoscere il valore della voce di chi ha attraversato una condizione di sofferenza e può aiutare a comprendere meglio i bisogni delle persone e a costruire percorsi di cura più attenti e vicini alla loro esperienza.
Un tema particolarmente importante anche quando si affronta una malattia oncologica, che può mettere alla prova non solo il corpo, ma anche il modo in cui una persona guarda a sé stessa, alle proprie emozioni e alla propria vita.
Ne abbiamo parlato con Davide Ferraris, psicologo clinico e della salute e coordinatore della Psiconcologia LILT Milano Monza Brianza, per capire cosa significa prendersi cura della propria salute mentale e quale ruolo può avere un percorso psicologico, anche durante l’esperienza della malattia oncologica.

Dottor Ferraris, perché è importante dedicare una giornata alla salute mentale?
Credo sia importante perché la salute mentale è un elemento imprescindibile della salute di ciascuno di noi. Quando parliamo di cura, infatti, non dobbiamo considerare soltanto la componente fisiologica e biologica, ma anche il modo in cui una persona sta vivendo ciò che le accade, come si sente, come si relaziona con sé stessa e con gli altri. Spesso siamo portati a valutare il nostro stato di salute soprattutto attraverso ciò che riguarda il corpo. La salute mentale ci ricorda invece che pensieri, emozioni e relazioni fanno parte del nostro benessere e devono essere ascoltati. Prendersi cura di sé significa anche esplorare ciò che accade dentro di noi e comprendere di cosa abbiamo bisogno per stare meglio e prenderci cura delle persone che ci sono vicine.
Che cosa significa prendersi cura della propria salute mentale?
Salute mentale non significa essere sempre positivi o riuscire sempre a trovare la soluzione giusta. Significa anche poter accogliere tutte le emozioni, comprese quelle che facciamo più fatica ad accettare: la vulnerabilità, il sentirsi sbagliati, la vergogna, anche quella legata al proprio corpo, o il senso di tradimento che una persona può provare nei confronti del proprio corpo quando si ammala.
Sono vissuti che non devono essere messi da parte o nascosti. Piangere non significa arrendersi e chiedere aiuto non è una debolezza. Spesso il vero coraggio sta proprio nel permettersi di essere fragili e nel riconoscere che, in alcuni momenti, abbiamo bisogno di qualcuno che ci accompagni.
Quali sono i segnali che possono indicare che è il momento di chiedere aiuto?
Ci sono persone che arrivano all’inizio di un percorso con alcuni segnali di sofferenza. Il sintomo non è un nemico da eliminare a ogni costo: è sempre la via d’uscita che la persona ha trovato, ciò che il suo sistema psichico riesce a mettere in campo, in quel momento, di fronte al proprio vulnus, cioè alla ferita e alla sofferenza che porta con sé. È al tempo stesso un segnale che qualcosa non sta funzionando, o non funziona più come prima, e un tentativo, a volte molto costoso, di proteggersi. Può manifestarsi, per esempio, attraverso difficoltà a dormire, pensieri intrusivi, irritabilità o scatti di rabbia. Questi segnali possono diventare dei campanelli d’allarme e portare la persona a chiedersi che cosa sta succedendo e se è il caso di fare qualcosa. Questo può accadere, per esempio, dopo una diagnosi oncologica, ma anche nel caso dei caregiver, che possono trovarsi quotidianamente a prendersi cura di una persona malata.
Il sintomo, quindi, può rappresentare il punto di partenza per intraprendere un percorso psicologico o psiconcologico. Quando c’è una buona consapevolezza, la persona può riconoscere questi segnali e decidere di approfondirli, senza cercare semplicemente di metterli da parte.
Ci sono meccanismi che rischiano di mantenere la sofferenza nel tempo?
Sì. Accanto ai sintomi più evidenti esistono processi che, nati come tentativi di gestire la sofferenza, finiscono spesso per alimentarla. Tra i più frequenti ci sono i cosiddetti processi cognitivi perseverativi: la ruminazione, cioè il tornare continuamente su ciò che è accaduto chiedendosi “perché proprio a me?”, spesso con un tono autocritico; il rimuginio, una catena di pensieri del tipo “e se…?” proiettata sul futuro e sulle sue possibili minacce; e il monitoraggio della minaccia, un’attenzione costantemente orientata a cogliere segnali di pericolo. Nell’esperienza oncologica, per esempio, può tradursi nel controllare di continuo il proprio corpo alla ricerca di ogni minima sensazione, o nel vivere con angoscia crescente l’attesa dei controlli periodici.
Nel breve periodo questi processi danno l’illusione di avere il controllo, ma a lungo andare mantengono attivo uno stato di allarme. Spesso vi si affiancano strategie di evitamento: non parlare della malattia, rimandare visite o esami, evitare luoghi, persone o pensieri che ricordano ciò che fa paura. L’evitamento offre un sollievo immediato, ma restringe progressivamente lo spazio di vita della persona. Un altro aspetto importante è la disregolazione emotiva, ovvero la difficoltà a riconoscere, modulare e tollerare le proprie emozioni, che possono diventare travolgenti oppure, al contrario, venire spente e anestetizzate.
Cosa succede, invece, quando la sofferenza viene riconosciuta più tardi?
A volte le persone arrivano quando la sofferenza è già diventata più strutturata e c’è una minore consapevolezza di ciò che sta accadendo. In questi casi può essere necessario un intervento più articolato. Anche per questo è importante la psicoeducazione, ovvero aiutare la persona a comprendere ciò che sta sperimentando, a riconoscere il tema centrale della propria sofferenza e a dare un significato a quella che possiamo considerare una vera e propria ferita interiore.
In che modo un percorso psicologico può essere di aiuto?
Il percorso permette di approfondire ciò che la persona sta vivendo e di comprendere quali sono i bisogni che la stanno portando a chiedere aiuto. Non riguarda soltanto la componente biologica dell’esperienza o i cambiamenti che interessano il corpo, ma anche il funzionamento mentale ed emotivo della persona.
In concreto, si lavora anche sui processi che mantengono la sofferenza: imparare a riconoscere quando si entra in un circolo di ruminazione o di rimuginio, ridurre gradualmente l’evitamento e sviluppare modalità di regolazione emotiva più flessibili. L’obiettivo non è far sparire il sintomo a ogni costo, ma comprendere quale funzione ha svolto e aiutare la persona a trovare vie d’uscita meno faticose.
Nel percorso terapeutico si cerca quindi di dare spazio a ciò che sta accadendo, senza mettere tutto sotto il tappeto, e di costruire insieme al paziente una maggiore consapevolezza della propria esperienza. È questo uno degli aspetti fondamentali del prendersi cura di sé: poter riconoscere la propria sofferenza, darle un significato e trovare uno spazio in cui possa essere accolta e affrontata. È ciò che cerchiamo di fare quotidianamente anche in LILT, offrendo alle persone uno spazio di ascolto e un percorso clinico e terapeutico in cui possano sentirsi accompagnate nell’affrontare ciò che stanno vivendo.
Hai bisogno di uno spazio sicuro in cui ascoltare le tue emozioni?
Parliamone Qui è il servizio di psiconcologia di LILT Milano pensato per offrire uno spazio d’ascolto sicuro e un supporto psicologico specializzato.
Il primo colloquio è gratuito
Biologa e divulgatrice scientifica. Dopo la laurea e il dottorato di ricerca, ha conseguito un master in Comunicazione della Scienza e ha scelto di dedicarsi alla divulgazione scientifica. Si occupa principalmente di salute e prevenzione oncologica, con l’obiettivo di rendere la scienza chiara e accessibile a tutti.