Fame vera o fame emotiva? Come capirlo

5 min lettura Salute e Benessere A cura di Martina Morandi Ultimo aggiornamento:
Fame vera o fame emotiva? Come capirlo

Giornata Mondiale dei Disturbi Alimentari: un’occasione per accrescere la consapevolezza sul legame tra mente e nutrizione, riscoprendo il valore del tempo e dei sensi a tavola. 

La fame non è sempre un segnale semplice e biologico. A volte è un bisogno reale di energia, altre volte diventa una risposta mentale, emotiva o sensoriale. Queste due esperienze, molto diverse tra loro, spesso si confondono nella vita di tutti i giorni. Pubblicità, disponibilità continua di cibo, alimenti iperpalatabili, stress quotidiano e sovraccarico emotivo, hanno progressivamente trasformato il modo in cui percepiamo il desiderio di mangiare.  

In questo contesto, assume particolare rilevanza la Giornata Mondiale dei Disturbi del Comportamento Alimentare, che si celebra ogni anno il 2 giugno, un’occasione per riflettere sull’aumento di questi disturbi e sulla necessità di una maggiore consapevolezza pubblica rispetto al rapporto tra cibo, corpo ed emozioni. 

Comprendere, infatti, queste dinamiche non significa imparare a mangiare meno, ma acquisire maggiore consapevolezza di ciò che guida le nostre scelte alimentari. Un passaggio sempre più importante in un ambiente in cui la distinzione tra bisogno e desiderio tende a diventare sempre più sfumata. 

La fame “vera”: il segnale del corpo 

La fame fisiologica o fisica è un messaggio chiaro che arriva dal corpo e indica un bisogno energetico. Non è improvvisa né confusa, ma progressiva e riconoscibile.  

«Quando si ha fame, ma fame vera, normalmente si sente un segnale che arriva dal basso che è un segnale che ha a che fare con un bisogno energetico», spiega Stefano Erzegovesi, nutrizionista e psichiatra, ospite al Festival della Prevenzione 2026.  

È una fame che non nasce dalla testa, ma da una reale necessità dell’organismo. 

La fame emotiva e il “richiamo” del cibo 

Diversa è la fame emotiva, sempre più diffusa. Non riguarda solo chi soffre di disturbi alimentari, ma un’esperienza comune legata al modo in cui il cervello reagisce agli stimoli alimentari. 

«C’è una fame che oggi è purtroppo di tutti noi e ha un effetto drogante», continua Erzegovesi. «Questa fame non nasce dallo stomaco, ma può essere evocata da immagini, pensieri o desideri sensoriali. Può essere un desiderio legato al palato, ad esempio quando cerchiamo sapori con caratteristiche specifiche, oppure può essere legata a qualcosa che abbiamo in testa perché magari abbiamo visto la pubblicità». 

Prendersi tempo 

Il primo e più efficace strumento per gestire la fame emotiva non è il controllo rigido, ma il tempo. 

«Non è sempre automatico riconoscere la fame fisica da quella emotiva, per questo possiamo usare il tempo per darci la possibilità di capire la natura della fame e non andare subito alla ricerca del cibo», spiega Erzegovesi. «Ad esempio, può essere utile bere un bicchiere d’acqua. Se dopo una mezz’ora il pensiero della fame non è più ricorrente, molto probabilmente era fame emotiva». 

Il tempo è un elemento importante anche mentre si mangia. Magiare lentamente permette di attivare una percezione più completa del cibo, mentre la fretta riduce la consapevolezza e aumenta la continua ricerca di stimoli.  

«Quando un alimento è ricco di elementi sensoriali, se consumato velocemente non permette di percepire davvero quello che si sta mangiando e dunque è più facile ricercare nuovi stimoli. Al contrario, quando ci si concede il tempo di vivere pienamente l’esperienza sensoriale l’appagamento è maggiore». 

Giocare con le consistenze  

Uno degli elementi che conferiscono al cibo la palatabilità e quindi l’essere desiderabile è la consistenza, caratteristica sfruttata moltissimo dall’industria alimentare.  

«Le consistenze più ricercate sono la croccantezza e la morbidezza. Un croccante cedevole, però, come quello delle patatine, perché se troppo duro dà l’idea di un corpo estraneo e quindi percepito come non piacevole», spiega Erzegovesi.  

Giocare con la consistenza può avvicinare soprattutto bambini e giovani ad alimenti più sani, che magari rifiutano: «un minestrone, ad esempio, può essere reso più appetibile se frullato oppure aggiungendo qualcosa che gli dia una consistenza cremosa come la patata bollita o il riso».  

Il ruolo dei sensi: olfatto, tatto e udito 

Non solo il gusto, tutti i sensi partecipano all’esperienza alimentare. L’olfatto, in particolare, ha un ruolo privilegiato nel determinare il piacere del cibo. 

«Tutti noi quando mangiamo annusiamo, ce ne accorgiamo soprattutto quando abbiamo il raffreddore dove il passaggio retronasale degli aromi è ostacolato. L’olfatto, infatti è molto potente, perché è l’unico senso che ha un passaggio diretto al sistema nervoso centrale», racconta Erzegovesi. 

Anche il tatto entra in gioco nella percezione del piacere e della sazietà: «Durante i laboratori di cucina che svolgo con persone che soffrono di obesità, molti partecipanti mi raccontano che il semplice fatto di preparare il cibo, tagliarlo e pulirlo, li fa sentire più sazi ancora prima di iniziare a mangiare».  

E poi l’udito: «L’udito è un senso che a tutti gli effetti viene considerato come fattore di appagamento che rafforza l’esperienza complessiva», conclude Erzegovesi.  

Riconoscere i segnali del corpo, rallentare, coinvolgere i sensi e introdurre anche solo qualche minuto di distanza tra impulso e azione può cambiare profondamente il rapporto con il cibo. Colpevolizzarsi, quando la fame emotiva prende il sopravvento e si finisce per mangiare un intero sacchetto di patatine, non aiuta a fare scelte sane. Serve invece costruire una maggiore consapevolezza dei meccanismi che guidano il desiderio

Ph. Magnific

Martina Morandi

Biologa e divulgatrice scientifica. Dopo la laurea e il dottorato di ricerca, ha conseguito un master in Comunicazione della Scienza e ha scelto di dedicarsi alla divulgazione scientifica. Si occupa principalmente di salute e prevenzione oncologica, con l’obiettivo di rendere la scienza chiara e accessibile a tutti.