Farmaci anti-obesità: c’è davvero un effetto preventivo?

5 min lettura Tumori A cura di Cinzia Testa Ultimo aggiornamento:
Farmaci anti-obesità: c’è davvero un effetto preventivo?

Il professor Roberto Vettor parla dei nuovi farmaci contro l’obesità, spiegando perché i benefici di queste molecole superano la semplice perdita di peso e aprono nuove frontiere nella prevenzione oncologica.

Non sono passati inosservati gli studi presentati all’ultimo congresso mondiale di oncologia ASCO, che hanno messo in luce le azioni anti-cancro del farmaci agonisti del GLP-1, indicati per contrastare l’obesità. Sono medicinali ormai ben noti, che imitano l’azione di un ormone naturale chiamato GLP-1. E i benefici, come stanno provando gli studi, vanno ben oltre la perdita di peso; diminuisce il rischio cardiovascolare, si riducono i sintomi dell’apnea ostruttiva del sonno, per citarne solo due. Ma addirittura può diminuire il rischio oncologico? Per avere le risposte, abbiamo intervistato Roberto Vettor, Responsabile scientifico del Centro per le malattie metaboliche e della nutrizione dell’ IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, Milano.

Professor Vettor, innanzitutto, ci può spiegare come agiscono questi farmaci?

Esercitano un’azione a livello del sistema nervoso centrale e in particolare su quella che oggi viene definita la componente edonica ed emozionale, modificando il continuo richiamo verso il cibo. Da qui, una riduzione dall’appetito e una minore propensione alla ricerca dei carboidrati. Si verifica così un calo del tessuto adiposo e il miglioramento dell’adiposopatia ovvero della malattia dell’organo adiposo che attraverso le fasi dell’infiammazione e della fibrosi si trasforma in una condizione difficilmente reversibile. Inoltre, questi farmaci rallentano la progressione del cibo a livello del primo tratto gastrointestinale con un aumento della sensazione di pienezza.

Oggi si parla molto del rapporto tra obesità e tumore. È davvero un legame così diretto?

C’è una relazione molto importante tra il sovrappeso, l’obesità e vari tipi di cancro e questa associazione è confermata da diversi studi. Secondo una revisione pubblicata su JAMA, l’obesità è associata a una maggiore probabilità di sviluppare diverse neoplasie, tra cui quelle dell’endometrio, dell’esofago, dello stomaco, del colon-retto, del fegato, del rene, del pancreas, della cistifellea, della mammella dopo la menopausa, dell’ovaio, della prostata e della tiroide. Ma la cosa più importante è che bisogna ottenere un calo di peso significativo per ridurre il rischio cancro. Le evidenze disponibili indicano che, per produrre un beneficio concreto sul rischio oncologico, potrebbe essere necessario ridurre il peso corporeo di ben oltre il 10% del peso iniziale nei soggetti affetti da obesità.

Però chi è affetto da obesità non è detto che si ammali di cancro, è corretto?

Certo. Il rapporto esiste ed è sempre più documentato, ma sarebbe un errore ridurlo a una semplice equazione “obesità uguale cancro“. Quello che possiamo dire con certezza è che le prove scientifiche sul legame tra obesità e tumore sono oggi sempre più solide e che un calo di peso significativo, mantenuto nel tempo, sembra ridurre questo rischio. Ma ricordiamoci che il rischio oncologico è influenzato da molti fattori: tipo di alimentazione, sedentarietà, qualità del sonno, esposizione ambientale, condizioni socioeconomiche e stile di vita in generale. E conta anche il contesto sociale. Gli alimenti ultraprocessati costano spesso meno di quelli più salutari. Questo contribuisce ad una loro particolare scelta nella spesa di tutti i giorni e ciò potrebbe portare all’aumento dell’obesità, ma anche ad un aumentato rischio oncologico. Tutti questi elementi dunque interagiscono tra loro. Faccio un esempio. Sappiamo che la sedentarietà aumenta il rischio di alcuni tumori, come quello del colon-retto. Ma è difficile stabilire il punto di partenza: una persona diventa obesa perché è sedentaria oppure diventa sedentaria perché l’obesità rende difficile muoversi? La realtà è molto più complessa di assunzioni semplicistiche.

Qual è il ruolo della terapia farmacologica con i farmaci agonisti del GLP1?

Le rispondo con i risultati di due studi importanti. Alla fine degli anni Novanta il Nurses’ Health Study, il grande studio prospettico dell’Università di Harvard che segue oltre 120.000 donne da quasi cinquant’anni, aveva dimostrato che l’aumento di peso durante l’età adulta è associato a un incremento del rischio di tumore della mammella dopo la menopausa. Alcuni anni più tardi, un’ulteriore analisi pubblicata su JAMA ha evidenziato che le donne capaci di perdere peso e mantenerlo nel tempo riducono significativamente questo rischio. Sappiamo anche che il problema non è dimagrire, ma non riprendere i chili perduti. Ed è qui che entra in gioco l’approccio farmacologico che, associato a una variazione stabile dello stile di vita, ha come obiettivo quello di mantenere a lungo il calo ponderale raggiunto. È in questo modo che si ottengono i vantaggi e non solo per quanto riguarda la riduzione del rischio oncologico. Vale anche per il rischio cardiovascolare per esempio.

Uno degli studi presentati ad ASCO ha mostrato che i pazienti trattati con agonisti del GLP-1 avevano un rischio inferiore di sviluppare metastasi. Il beneficio dipende solo dal dimagrimento o anche dal farmaco?

Lo studio apre di sicuro a dibattuti e a nuove ricerche. Non sappiamo se lo stesso beneficio si otterrebbe con un calo di peso raggiunto attraverso altri strumenti. Tuttavia, i dati disponibili fanno pensare che questi farmaci possano avere effetti propri, indipendenti dalla perdita di peso. Gli agonisti del GLP-1, infatti, hanno anche un’azione antinfiammatoria e modulano il sistema immunitario e dal momento che l’infiammazione cronica favorisce lo sviluppo e la progressione dei tumori, è plausibile che questi effetti contribuiscano a ridurre il rischio di metastasi. È quindi un’ipotesi fondata dal punto di vista biologico, ma da ricercatore sottolineo che ci vuole prudenza. Prima di affermare con certezza che questi farmaci riducono la metastatizzazione, abbiamo bisogno di prove solide.


Esistono già prove a sostegno di questa ipotesi?

Sì. Già diversi anni fa abbiamo studiato il tessuto adiposo che circonda il tumore dell’esofago confrontandolo con quello distante dalla neoplasia Abbiamo osservato che il grasso vicino al tumore è profondamente diverso: presenta una maggiore infiammazione, una maggiore formazione di nuovi vasi sanguigni e linfatici e crea, di fatto, un ambiente favorevole alla crescita e alla diffusione delle cellule tumorali. Questi risultati, pubblicati più di dieci anni fa nel 2015 e nel 2017, oggi tornano di grande attualità e sono la base fisiopatologica su cui poggiano gli effetti positivi degli agonisti del GLP-1 sul miglioramento dell’adiposopatia e di ogni altra patologia d’organo e sistemica, comprese le neoplasie promosse dalla malattia che si chiama obesità.

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Cinzia Testa

Giornalista scientifica dal 1992, specializzata in comunicazione della salute con particolare attenzione all'oncologia. Esperienza pluriennale in campagne informative e divulgazione scientifica. Vincitrice del premio Giovanni Maria Pace nel 2019 per il giornalismo in ambito oncologico.