L’abbraccio che cura 

2 min lettura L'esperto risponde A cura di Cinzia Testa Ultimo aggiornamento:
L’abbraccio che cura 

In occasione della Giornata mondiale degli abbracci, la psiconcologa Luciana Murru spiega come il contatto fisico stimola benessere e sostiene il percorso di cura. 

Ha persino una “sua” giornata. Si chiama Hug Dayla giornata mondiale degli abbracci, ed è il 21 gennaio, una ricorrenza nata nel 1986 negli USA che man mano si è diffusa anche in altri Stati, Italia compresa. Ma che cos’ha di speciale un abbraccio? È la quintessenzia dell’amore inteso in senso universale. Così potente negli effetti da essere considerato una vera e propria terapia.  E che proprio per questo andrebbe somministrato almeno una volta al giorno, senza il rischio di effetti collaterali. Anzi. 

I benefici dell’abbraccio su mente e corpo 

Renè Spitz è uno psicoanalista austriaco, ed è stato il primo a dimostrare nel secolo scorso gli effetti negativi sullo sviluppo emotivo del bambino causati dalla deprivazione sensoriale.  In parole semplici, dalla carenza di abbracci, dalla mancanza del contatto fisico. In un certo senso, questo accade anche da adulti, anche se in modo differente. L’istintività infantile lascia il posto alla razionalità, ed è così che l’abbraccio viene rifiutato, vissuto solo come un elemento della sessualità. Ma non è la corretta interpretazione di un gesto dal valore enorme. «L’abbraccio scatena la produzione di una serie di neurotrasmettitori che hanno a che fare col benessere», sottolinea Luciana Murru, psiconcologa. «Numerose ricerche, per esempio, hanno evidenziato che l’abbraccio stimola l’ossitocina, definito l’ormone dell’amore per eccellenza. Provoca anche un incremento dei livelli delle endorfine, chiamate non a caso le morfine naturali. E alza il livello della serotonina, il neurotrasmettitore che, quando è carente, è tra i responsabili del calo dell’umore». Il risultato di queste reazioni chimiche nell’organismo? Un mix di cose belle: buonumore, maggiore autostima, più energia, una sensazione generale di benessere

Il valore del contatto nel percorso di malattia 

Durante un abbraccio le parole non servono. È il corpo stesso a comunicare, a dire “io ci sono, non sei solo”. Perché l’abbraccio comunica vicinanza, sostegno, interconnessione. Ma non vale per ogni individuo. «La potenza è tale, che non tutti riescono ad accettarlo», continua Murru. «Per questo, se non c’è un rapporto di grande empatia come può esserci ad esempio tra amiche, ma anche tra chi sta condividendo un percorso di malattia, è sempre bene chiedere all’altra persona se permette l’abbraccio». Altrimenti, esistono altre modalità, che sono come un abbraccio per il calore affettivo che trasmettono. Lo ha provato con le sue ricerche il neuroscienziato Fabrizio Benedetti. È sufficiente il contatto con la mano sulla pelle di un paziente con dolore, a provocare un miglioramento del sintomo.  

Cinzia Testa

Giornalista scientifica dal 1992, specializzata in comunicazione della salute con particolare attenzione all'oncologia. Esperienza pluriennale in campagne informative e divulgazione scientifica. Vincitrice del premio Giovanni Maria Pace nel 2019 per il giornalismo in ambito oncologico.