Mutazioni genetiche e tumori: come prevenire

4 min lettura Tumori A cura di Cinzia Testa Ultimo aggiornamento:
Mutazioni genetiche e tumori: come prevenire

Dal test genetico alla prevenzione oncologica personalizzata: Paolo Tralongo, Presidente CIPOMO, descrive i percorsi clinici per i portatori di mutazioni ereditarie ad alto rischio. Dalla sorveglianza clinica fino alla chirurgia profilattica. 

È un vero e proprio identikit quello che viene fatto oggi dopo la diagnosi, in caso di tumore. E quando è stabilito dai protocolli, viene richiesto anche il test genetico. Se viene individuata una mutazione, anche i familiari possono sottoporsi alle stesse indagini, a patto che siano maggiorenni. «Il test è rivolto a chi in famiglia ha già avuto un tumore, per capire se è di origine genetica e a chi è sano, per sapere se è portatore», interviene Paolo Tralongo, Presidente CIPOMO, Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri. «È un percorso complesso, che richiede tempo e il supporto di un’équipe multidisciplinare, compreso lo psiconcologo». Ma cosa succede quando si scopre di essere portatori di una mutazione? E quali sono le strategie? 

Dal risultato del test alla prevenzione primaria

Intanto, è bene fare chiarezza su un aspetto che crea ancora confusione. La positività non equivale a una diagnosi di tumore, ma indica un rischio più elevato di sviluppare determinate forme oncologiche. Proprio per questo si attiva una prevenzione personalizzata, che rende la persona parte attiva del proprio percorso di salute. «Parlarne con l’oncologo e rispondere con sincerità a tutte le domande che riguardano lo stile di vita e l’attività lavorativa è il primo passo necessario per mettere in atto un piano preventivo», sottolinea il professor Tralongo. «E’ un insieme di tanti aspetti diversi, variabili a seconda della mutazione e del sesso». Vale per tutti l’indicazione di mettere in pratica le strategie che riguardano la prevenzione primaria. In pratica, seguire un’alimentazione povera di grassi animali e ricca di verdura, frutta, legumi e pesce, evitare alcol e fumo, praticare una regolare attività fisica e dimagrire in caso di peso in eccesso. Secondo gli ultimi dati, adottare queste regole può ridurre di circa il 40% il rischio di ammalarsi di tumore. A questo si aggiunge una raccomandazione fondamentale: sottoporsi a controlli regolari, secondo età e fattori di rischio

L’elenco dei geni coinvolti è oggi piuttosto ampio e si evolve continuamente, grazie alla ricerca. «Il più noto è BRCA (BRCA1 e BRCA2), associato al tumore del seno e dell’ovaio nelle donne, al pancreas in entrambi i sessi e alla prostata negli uomini», racconta il professor Tralongo. «C’è poi TP53, correlato alla sindrome di Li-Fraumeni, una rara condizione ereditaria che predispone allo sviluppo di diversi tumori maligni. E CDH1, coinvolto nel tumore lobulare della mammella e nel tumore gastrico diffuso».  

Mutazione BRCA: i percorsi per le donne sane portatrici 

Ma cosa fare? Nelle donne sane portatrici di mutazione nei geni BRCA, gli studi degli ultimi anni hanno dimostrato una riduzione superiore al 90% del rischio di sviluppare un tumore mammario e ovarico grazie alla mastectomia profilattica (asportazione di entrambi i seni) e alla salpingo-ovariectomia profilattica (asportazione di ovaie e tube). L’intervento in ambito ginecologico, per chi lo desidera, dovrebbe essere preceduto dalla crioconservazione degli ovociti, così da preservare la possibilità di una gravidanza futura. In alternativa alla chirurgia di riduzione del rischio mammario, è possibile talvolta attivare un percorso di sorveglianza clinica e strumentale con ecografia, mammografia e risonanza magnetica alternate ogni sei mesi, in modo da intervenire tempestivamente in caso di comparsa della malattia. 

Sindromi ereditarie: ricerca e sorveglianza

La ricerca ha fatto grandi passi anche per la sindrome di Lynch, una condizione ereditaria legata ai geni del “mismatch repair”, che comporta una predisposizione soprattutto al tumore del colon-retto. «In questi casi, secondo le linee guida, è raccomandata una colonscopia di controllo ogni 12-24 mesi, in base al livello di rischio», dice il Presidente CIPOMO. «Qui c’è uno studio in corso all’Istituto dei Tumori di Milano per verificare la fattibilità della biopsia liquida come strumento di prevenzione. Attraverso un semplice prelievo di sangue viene valutata la presenza di alcuni marcatori tumorali, indicatori della presenza di polipi anche in fase precoce di malattia. E programmare così controlli sempre più personalizzati».  

La ricerca è attiva anche sulla sindrome di Li-Fraumeni: per le persone portatrici di mutazione TP53 è raccomandato un protocollo di sorveglianza che comprende una risonanza magnetica total body e mammaria. Tuttavia, le conoscenze sulle caratteristiche, ad esempio, del tumore della mammella in questo specifico contesto sono ancora limitate. Per questo è stato avviato un ampio studio internazionale che punta a chiarire diversi aspetti ancora aperti della sindrome e a migliorare le strategie di prevenzione e trattamento. 

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Cinzia Testa

Giornalista scientifica dal 1992, specializzata in comunicazione della salute con particolare attenzione all'oncologia. Esperienza pluriennale in campagne informative e divulgazione scientifica. Vincitrice del premio Giovanni Maria Pace nel 2019 per il giornalismo in ambito oncologico.