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Perché diventare volontario oggi? Un quesito complesso e sfaccettato che abbiamo rivolto a un vero maestro del terzo settore: Stefano Zamagni.

Economista e presidente della Pontificia accademia delle Scienze Sociali, il “Professore” per eccellenza ha fatto un grande regalo a LILT rispondendo ad alcuni interrogativi con la generosa disponibilità che lo contraddistingue.

Una lezione di economia, un invito a donarsi agli altri, un messaggio di speranza per il futuro della nostra e di tutte le associazioni italiane.


Professor Zamagni, lei è un economista di fama internazionale, oltre che un esperto del terzo settore. Quando e come è nato il suo interesse per il volontariato.

Ho cominciato a fare volontariato all’età di 13 anni e ho sempre continuato in varie forme. Iniziata la carriera accademica, non potendo più svolgere un’attività tradizionale, ho proseguito l’azione volontaria dedicandomi al recupero di una tradizione di pensiero tipicamente italiana che è quella dell’economia civile: un paradigma scientifico dell’economia nato a metà del 1500 tra Milano e Napoli che ha come tratto distintivo l’attribuzione al volontariato di un ruolo di natura economica e non solo sociale in quanto espressione della società civile organizzata. 

L’altra tradizione di pensiero di origine anglosassone, il paradigma dell’economia politica, tende invece a considerare il volontariato come la ruota di scorta: un soggetto utile, apportatore di benefici ma non necessario. Gli enti di terzo settore, in questa tradizione, sono visti come surrogati del cattivo funzionamento dello stato e dei mercati. Se lo stato funzionasse in maniera perfetta, senza inefficienze e corruzione, non ci sarebbe bisogno dei soggetti del terzo settore. Il Welfare State pensa ai malati, il mercato pensa ai poveri. 

Quel paradigma, che vige in Inghilterra ma anche in altri paesi europei come la Germania, la Francia, la Spagna, e negli Stati Uniti, tende a considerare il terzo settore come la ruota di scorta, da mettere quando fori. Ma finché non fori, la ruota resta nel bagagliaio. Nella realtà, i mercati e lo stato non sono perfetti.


In Italia guardiamo con ammirazione il modello anglosassone del terzo settore per le risorse di cui dispone. È un esempio da imitare?

Nella società anglosassone gli enti di terzo settore sono esplosi per dimensioni grazie alle grandi risorse economiche che ricevono dalle corporation. In Italia siamo abbacinati dai risultati degli enti stranieri e un po’ invidiosi. Ma dimentichiamo una cosa: se il vento dovesse tirare dall’altra parte, questi enti scomparirebbero. 

Mentre in Italia la genesi del terzo settore è tutta diversa: il volontariato l’abbiamo inventato noi, è nato in Toscana nel 1200. Qualcuno ricorderà le Misericordie, associazioni di volontariato che si sono espanse ed esistono ancora oggi. All’epoca le organizzazioni si chiamavano confraternite: per esempio, c’erano quelle della buona morte che raccoglievano i moribondi, c’erano gli ospedali che curavano i malati. 

In Italia il volontariato non è una ruota di scorta che interviene per correggere i difetti di Stato e mercato, ma è coessenziale. Lo stato è essenziale, il mercato è essenziale, ma lo è anche il volontariato.


Gli italiani possono essere definiti un popolo generoso?

Leggendo i dati diffusi dal The Giving Institute di Chicago, l’ente che misura le donazioni a livello mondiale, risulta che l’italiano medio dona la metà dell’inglese medio e un quinto dell’americano medio. Insomma, siamo all’ultimo posto. Ma in realtà non è così. Le nostre donazioni sono silenziose, poco pubblicizzate e spesso anonime, pensiamo anche a quelle che elargiamo in chiesa. 

Negli Stati Uniti, Bill Gates dona milioni di dollari all’anno e i media ne parlano, mentre in Italia le donazioni sono scelte private, anche perché chi le fa teme le conseguenze fiscali. È errato e superficiale valutare solo la dimensione quantitativa. Noi italiani non sappiamo valorizzare le nostre caratteristiche e andiamo a rimorchio di un paradigma che non ci appartiene. Ma certamente siamo generosi.


Per quale motivo una persona dovrebbe scegliere di fare volontariato?

L’azione volontaria è coessenziale alla vita, è un bisogno umano fondamentale. Chi non fa volontariato non è un soggetto. L’individuo, dal latino in-dividuo cioè indivisibile, non fa volontariato perché vede solo sé stesso, mentre la persona è in relazione con l’altro. Non esiste una persona che non mangia, lo stesso è fare volontariato. 

Ci tengo a rimarcare che è un’attività per tutti, giovani e meno giovani. E non è riservata all’età della pensione. Se la mentalità è prima io e poi gli altri, per forza il volontariato è riservato solo ai pensionati. Tutti possono diventare volontari.


È sempre più difficile per le associazioni come la nostra trovare nuovi volontari. Quali motivazioni sono venute a mancare secondo lei?

Platone diceva che il bisogno fondamentale è quello di essere riconosciuti: il timos. Nel momento in cui io, volontario, sono riconosciuto, realizzo me stesso. Ricordiamoci che il volontariato non è un dovere, come pagare le tasse. È un bisogno, il bisogno di donarsi all’altro. Una persona agisce per tre motivi: per interesse, se si muove nel regime del mercato; per dovere, se rientra nella categoria dello stato; per amore, l’agape ovvero la sua espressione più nobile dell’amore fraterno e disinteressato, se è un volontario. Ma il volontario quando dà riceve. Riceve riconoscimento. È indispensabile. 

Purtroppo, il volontariato ha perso riconoscimento e i giovani, per primi, l’hanno capito. Anche per questo è raro trovare giovani sotto i 30 anni che fanno volontariato. Si chiedono loro attività di alto livello, ma non sono coinvolti nel processo decisionale. Il volontariato non è un’alternativa al gioco delle bocce. Se i volontari hanno la possibilità di incidere accettano l’esperienza, se devo solo eseguire linee guida scritte da burocrati rinunciano.


In un’emergenza come quella attuale, pensa siano state coinvolte a sufficienza le associazioni che operano nel settore del volontariato?

Con rabbia e dolore devo annotare che nella pandemia il volontariato non è stato valorizzato in nessun modo dalle istituzioni. Tante vite, tanti soldi, tanti errori si sarebbero potuti risparmiare se il volontariato fosse stato coinvolto nella cabina di regia della pandemia. Una scelta che ha impedito di portare aiuto alle persone in difficoltà ed è stata ingiusta nei confronti di chi si è messo a disposizione nello spirito del dono. 

Epidemiologi e virologi sono necessari, ma anche il terzo settore è prezioso. Se la scrittura delle regole fosse stata affidata ai volontari, quelle regole sarebbero state più umane, efficienti ed efficaci.


Quali sono le sfide del volontariato per il 2021?

Le cose stanno cambiando con la riforma del terzo settore. La legge c’è, ma non viene applicata perché i decreti attuativi della riforma non sono ancora stati emanati. Insomma, la burocrazia gioca contro. Aleggia sempre una certa gelosia nei confronti del volontariato, dà fastidio e spiazza perché risolve i problemi e non si fa pagare. 

Rimprovero spesso i volontari perché sono in parte complici di questo immobilismo e perché non aiutano a cambiare il processo. Bisogna chiedere ai governanti la piena legittimazione. Ma sono ottimista perché ormai abbiamo raggiunto il vertice. La legge di riforma è una buona legge. La finanza sociale a favore del volontariato è un grande passo affinché le associazioni non debbano più tendere la mano per sostenersi. Questa è la direzione del bene.


Photo Credit: Gabriella Clare Marino (https://commons.m.wikimedia.org/wiki/File:Stefano_Zamagni_2020.jpg#mw-jump-to-license)