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Nessuno più di un volontario può spiegare le ragioni della sua scelta di donare tempo agli altri attraverso la nostra associazione.

Per questo abbiamo chiesto di raccontare le sue motivazioni a una volontaria LILT: Valeria Covini, giornalista e già direttrice di periodici dedicati al tema dell'infanzia.

Da alcuni anni Valeria presta servizio nel reparto di Pediatria oncologica dell’Istituto Tumori di Milano ed è impegnata a promuovere il progetto “Parole di mamma”, che insegna alle madri straniere a comunicare con il personale sanitario.

Ecco la sua testimonianza.

Il perché ognuno lo sa dentro di sé: c’è chi con la scusa di dedicarsi ad altro scopre gli altri; chi ha tempo libero - ma forse sarebbe meglio dire vuoto - e scopre che può riempirlo con tanta leggerezza e gentilezza; chi vuole voltare pagina nel diario della sua vita e scopre che c’è sempre un filo rosso che lega azioni ed emozioni. Ma c’è anche chi lo fa per non sentire più la moglie dire “stai sempre in casa a far niente”; o chi ritrova una passione civile che finalmente risorge anche senza quota cento; o chi, semplicemente, lo fa per sé, perché “non devo spiegazioni a nessuno, punto e basta”. Insomma, il vero perché ognuno ce l’ha dentro di sé. E lo scoprirà facendo il volontario/la volontaria, varcando la soglia dell’io ed entrando in quella del noi. Un impegno soggettivo, per la collettività. E avvertirà un sentimento di appartenenza strano, non più a una categoria - quante volte esclusiva, divisiva - ma ad un’associazione - sempre inclusiva, comunitaria - nella quale non troverà “nuovi colleghi” ma persone con meravigliose affinità elettive e dove non dovrà più preoccuparsi di rivestire un ruolo ma sentirà di poter rappresentare un’idea concreta.

E gli altri, quando dici che sei una volontaria, un volontario, ti guardano un po’ ammirati e un po’ perplessi, con un sottinteso “ma chi te lo fa fare” che sottace i tanti adesso “…che potresti riposarti”, “… che ti è aumentato il lavoro”, “… che devi fare il nonno”, “…che hai i genitori anziani”, “…che c’è la pandemia”.

“Ma che ci guadagni?”, sarebbe la loro vera domanda che per una sorta di pudore non fanno.

Non c’è parola che possa spiegare davvero che cosa si porta a casa dopo una giornata di volontariato. Io mi porto dentro un’energia corroborante, che mi fa sentire bene, che mi dà la consapevolezza che quello che ho fatto - un sorriso amichevole, un’informazione utile, un ascolto attento - per qualcuno è stato positivo, per me una gioia immensa.

E la sofferenza di chi incontri? Non la tengo lontana, né la dimentico. Semplicemente l’accetto cercando di fare mia la forza che le persone ci mettono nell’affrontarla. Un regalo, il loro, davvero inestimabile.