La psicologa Luciana Murru spiega perché stare soli può essere una risorsa preziosa. Non una rinuncia, ma un gesto di cura verso sé stessi.
Quest’anno il 31 dicembre rimango a casa. Una scelta che, agli occhi degli altri, viene spesso letta come una sconfitta. Ma è davvero così? «Decidere di trascorrere il Capodanno da soli non è necessariamente il segno di una mancanza», risponde Luciana Murru, psicologa, psicoterapeuta e psiconcologa LILT. «Può essere, al contrario, una scelta piena, intenzionale, persino ricca». Non è infatti uno stato di solitudine, ma per capirlo bene, bisogna fare un passo indietro e approfondire il senso di tre termini.
Isolamento, sentirsi soli, stare soli: tre esperienze da non confondere
Isolamento, sentirsi soli, stare soli, sono tre esperienze diverse. L’isolamento è una condizione in cui il legame con gli altri è interrotto. «È l’esperienza di chi non si sente più in relazione con il mondo esterno, di chi perde la possibilità di fare gruppo, di socializzare, di riconoscersi negli altri», sottolinea Luciana Murru. «L’isolamento incide sulla funzione relazionale dell’essere umano e genera sofferenza». È un’altra cosa invece il sentirsi soli. Ci si può sentire soli anche in mezzo alla folla, a una festa, in discoteca. «È la condizione della loneliness: uno stato interiore di sradicamento, di non appartenenza, di estraneità al mondo», continua la psicologa. «È il vissuto di chi si sente superfluo, invisibile». Infine, c’è lo stare soli, che non coincide con nessuna delle altre due condizioni. «È una scelta, consapevole», dice Luciana Murru. «Qui la solitudine smette di essere una mancanza e diventa una risorsa».
La solitudine scelta come dialogo con sé stessi
Nella solitudine scelta, l’individuo non perde il contatto con sé stesso né con il mondo. Al contrario, entra in un dialogo profondo con la propria interiorità. È una condizione in cui si è “due in uno”: soli, ma in relazione con il proprio pensiero, con la propria coscienza. «Il cervello umano è un organo sociale, tanto che gli esseri umani soffrono quando sono isolati», dice Luciana Murru. «Ma allo stesso tempo cercano il silenzio, lo spazio, la sospensione. Questa apparente contraddizione si risolve proprio nella solitudine come raccoglimento, dove vita attiva e vita contemplativa, come afferma una delle più acute filosofe del Novecento, Hanna Arndt, si tengono insieme».
Quando stare da soli diventa un atto di libertà
C’è chi lo vive preparando un bagno caldo, chi meditando, chi leggendo, chi guardando un film, chi semplicemente stando in silenzio, in un dialogo vivo con sé stessi e con il mondo.
La solitudine scelta è una condizione che non spezza i legami, ma li rende più autentici, non è vuoto, ma pienezza.
Dottoressa Luciana Murru
«È creativa, generativa, permette di pensare, giudicare, immaginare. L’essere umano si riappropria della propria unicità e decide in serenità cosa fare», conclude la dottoressa Murru. Niente commenti, quindi, se alla domanda, cosa fai il 31, la risposta è: «Rimango a casa». È una decisione che non va né giustificata, né difesa, ma semplicemente riconosciuta. Perché stare soli, quando è una scelta che nasce dal cuore e non dalla paura, non è tristezza. È libertà.
Giornalista scientifica dal 1992, specializzata in comunicazione della salute con particolare attenzione all'oncologia. Esperienza pluriennale in campagne informative e divulgazione scientifica. Vincitrice del premio Giovanni Maria Pace nel 2019 per il giornalismo in ambito oncologico.
