Salute senza frontiere: i bisogni formativi dei professionisti della salute

3 min lettura News A cura di Redazione LILT Ultimo aggiornamento:
Salute senza frontiere: i bisogni formativi dei professionisti della salute

LILT Milano, in collaborazione con l’Università di Pavia, ha promosso un’importante ricerca dedicata ai bisogni formativi dei professionisti che si interfacciano con pazienti stranieri, per costruire percorsi formativi mirati e utili nella pratica clinica.

Barriere linguistiche, differenze nelle credenze sulla malattia, pratiche tradizionali diverse, aspettative non sempre allineate con il sistema sanitario italiano: questi sono gli ostacoli che medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali e mediatori culturali incontrano ogni giorno nella presa in carico di pazienti stranieri. Una sfida quotidiana che merita risposte concrete.

Per rispondere a questa esigenza, LILT Milano, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento dell’Università di Pavia, ha promosso uno studio di fattibilità dal titolo “Salute Senza Frontiere Training Academy”, sotto la supervisione scientifica della Prof.ssa Serena Barello, Professore Associato di Psicologia della Salute.

L’obiettivo: esplorare i bisogni formativi dei professionisti che lavorano con pazienti stranieri e costruire percorsi formativi mirati e realmente utili nella pratica clinica quotidiana. Un progetto che parte dall’ascolto.

Mappatura dei bisogni formativi

Lo studio ha adottato un approccio in due fasi: prima una fase qualitativa con focus group tra informatori chiave, poi una fase quantitativa con un questionario via web somministrato a 293 professionisti operanti principalmente nel Nord-Ovest d’Italia, con una rappresentanza significativa anche dal Centro e dal Sud.

Il campione è variegato e rappresentativo: operatori sanitari (26%), psicologi (14%), medici (13%), assistenti sociali (12%), mediatori culturali (9%), educatori (7%) e molte altre figure. Circa un terzo ha oltre vent’anni di esperienza professionale.

Emerge subito un dato significativo: il 64% degli intervistati ha già ricevuto una formazione specifica in salute transculturale, a riprova che il tema è già nell’agenda dei professionisti. Ma il 36% non ne ha mai avuta, con punte del 75% tra il personale amministrativo, del 50% tra gli operatori sociali e del 46% tra gli assistenti sociali: figure spesso in prima linea nell’accoglienza.

Nonostante questa lacuna, emerge una consapevolezza forte: la diversità è percepita come una risorsa che arricchisce il lavoro, ma richiede competenze specifiche per essere gestita con efficacia e rispetto.

Le aree tematiche prioritarie

L’interesse per la formazione transculturale è trasversale a tutte le professioni. I temi più richiesti riguardano la comunicazione interculturale, la psicologia transculturale e gestione del trauma migratorio, l’antropologia della salute e gli strumenti pratici per pazienti con bassa alfabetizzazione, ciascuno ritenuto molto o estremamente utile da oltre il 70% dei partecipanti.

Emerge con forza anche la richiesta di materiali operativi concreti: il 96% vorrebbe disporre di vademecum multilingue e schede sintetiche per l’orientamento ai servizi. E un interesse altissimo (86%) per il tema del pregiudizio nei contesti di cura, riconosciuto rilevante da tutte le professioni, senza eccezione.

Storie di quotidiana dedizione

I risultati della ricerca non sono solo numeri, ma storie. I partecipanti hanno raccontato le proprie esperienze, mettendo in luce difficoltà ricorrenti: la barriera linguistica, le diverse rappresentazioni di salute e malattia, la gestione di temi delicati come il fine vita o la salute sessuale. Ma anche le strategie che funzionano: mediazione culturale, tempo per costruire fiducia, comunicazione adattata e lavoro in rete.

Le qualità più citate per lavorare in modo culturalmente sensibile? Empatia, sospensione del giudizio, ascolto attivo e apertura mentale.

Percorsi formativi concreti e accessibili

La formazione transculturale non è un ambito specialistico separato, ma un insieme di competenze necessarie per migliorare la qualità della relazione di cura, ridurre le incomprensioni e rendere il lavoro più sostenibile per tutti.

Sulla base di quanto emerso dalla ricerca, LILT Milano proseguirà il suo impegno nel promuovere percorsi formativi dedicati alla salute transculturale. È in quest’ottica che nasce il programma “Intrecci di salute e interculturalità”: strumenti concreti e accessibili per offrire agli operatori una cura sempre più inclusiva ed equa.

Lo studio di fattibilità “Salute Senza Frontiere Training Academy”, è promosso da LILT Milano Monza Brianza con supervisione scientifica del Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento dell’Università di Pavia, sotto la guida della Prof.ssa Serena Barello – Gennaio 2026.

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Redazione LILT