Marco, volontario LILT, racconta la sua esperienza in hospice e il valore dello stare accanto.
Quando Marco ha iniziato il suo percorso di volontariato in LILT un anno fa, cercava qualcosa di diverso. Dopo anni trascorsi sulle ambulanze, dove tutto era velocità, prestazione, performance, sentiva il bisogno di rallentare. Di esserci, semplicemente. Di stare accanto alle persone, senza l’urgenza di dover “fare” qualcosa.
«A un certo punto ho sentito l’esigenza di provare un percorso dove potessi essere più in relazione con le persone, un po’ più umano, un po’ meno del fare, un po’ più dell’essere di fianco alle persone», racconta Marco.
L’hospice: il luogo senza trucco
Quando si è rivolto a LILT, Marco ha espresso chiaramente il suo desiderio: fare il volontario in hospice. «Non sapevo come fosse, però era un po’ il posto dove la vita è proprio un po’ senza make-up, senza nulla. Sei a contatto con le persone sia che siano i pazienti, sia che siano i loro parenti.» È una fase non semplice di passaggio per le persone, di dolore, ma Marco sottolinea come sia anche un momento di relazioni profondissime: «In pochi minuti sono stato in relazioni che forse non ho magari con colleghi di lavoro o amici da 20 anni.»
Era questo che cercava. E l’ha trovato.
La scoperta inaspettata
Ma c’è qualcosa che Marco non si aspettava. «In tantissimi casi io sono lì, entro in hospice e certe volte i pazienti sono loro che si prendono cura di me», racconta con una punta di meraviglia ancora viva nella voce.
«Quando si rendono conto che io sono lì così, per stare un po’ con loro, per fargli passare bene un po’ di tempo, per leggergli magari due pagine di un libro, raccontare qualcosa, iniziano loro ad avere un trasporto verso di me», prosegue Marco. «Ho tantissimi ricordi di persone anziane che mi insegnavano qualcosa della vita, che hanno iniziato a raccontarmi delle cose per insegnare a me.»
Si inverte il rapporto. Quello che credevi di dare, lo ricevi. Quello che pensavi di insegnare, lo impari.
Quando la cura non è guarigione
Di fronte al dolore, all’ineluttabile, si potrebbe pensare all’impotenza. Ma Marco ha scoperto qualcosa di diverso.
Se tu pensi alla cura come guarire, sì, sei impotente. In hospice difficilmente si guarisce. Ma se tu pensi invece alla cura come prendersi cura, come esserci, questo è sempre possibile.
Marco, volontario LILT
«Non ti senti così impotente come magari da fuori uno può pensare che sia. Perché dai un senso al tempo che passi con loro e loro danno senso al tempo che stai passando con loro», spiega Marco. Le sue parole si fanno più intense quando racconta: «Ho persone, pazienti, magari quasi soporosi, che mi chiedevano di tenergli la mano. È una cosa unica come sensazione, come emozione. Ti rendi conto che quella mano lì vale tantissimo».
Malattie inguaribili, ma non incurabili. Perché la cura non è solo guarigione. La cura è presenza. È partecipazione. È trasformare un momento di dolore in un momento di vita.
L’accompagnamento continuo
Marco ha fatto il corso per volontari e continua a partecipare a ogni momento di formazione e supervisione. «Bisogna stare bene», sottolinea. «Ho notato che chiunque si occupa di formazione in LILT, oltre a trasmetterci competenze, ha davvero voglia di farci stare bene. Sono momenti di condivisione in cui si crea una relazione fra noi volontari e con chi ci accompagna, una relazione che poi ci portiamo dietro».
«Ogni volta che entro in una stanza in hospice, affronto il dolore nuovo delle persone che incontro, rimetto anche un po’ in gioco il mio senso della vita», confida Marco. «Ho bisogno di essere accompagnato, di avere qualcuno con me. Non c’è il manuale di istruzioni, c’è un accompagnamento. È per quello che cerco di esserci ogni volta.»
Un equilibrio inaspettato
Quando gli chiediamo come è cambiata la sua vita, Marco non esita: «Sto meglio. Sembra paradossale dirlo, però sto meglio. Sono più in equilibrio, sono più in grado di leggere le cose con più maturità», risponde. «Rimettere un po’ in gioco il significato della vita, in realtà te lo fa riscoprire.»
«Le cose che fai tutti i giorni te le dimentichi, sei preso dalla frenesia, dalle performance, da tutto quello che devi fare nel lavoro», riflette Marco. «L’andare in hospice una volta alla settimana ti rimette in equilibrio con le cose importanti. Mi serve, è bella.»
E quando i parenti dei pazienti vedono Marco all’opera, molti gli chiedono: «Come si fa a fare il volontario? Perché vedono che quella cosa serve. E quindi dicono: la voglio fare anch’io.»
Anche tu puoi essere quella presenza accanto a chi ne ha bisogno.
