L’eredità di Giovanni Apolone: prevenzione personalizzata, ricerca indipendente, attenzione ai giovani

7 min lettura L'esperto risponde A cura di Cinzia Testa Ultimo aggiornamento:
L’eredità di Giovanni Apolone: prevenzione personalizzata, ricerca indipendente, attenzione ai giovani

Nel suo ultimo giorno da direttore scientifico dell’Istituto Tumori di Milano,  Giovanni Apolone traccia il bilancio di 50 anni di carriera. Un dialogo a cuore aperto sul futuro della lotta al cancro e sulle disuguaglianze economiche che ancora limitano l’accesso alle cure.

Ora sento il bisogno di una cosa semplice e rara: diventare padrone del mio tempo, dopo cinquant’anni di lavoro continuo. Questa è stata la risposta di Giovanni Apolone alla mia ultima domanda, e adesso? Una curiosità, la mia, giustificata. Perché la nostra lunga chiacchierata si è svolta la mattina del suo ultimo giorno di incarico quale Direttore scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Di cosa abbiamo parlato? Di tutto. Ma andiamo per gradi. 

La ricerca e soprattutto quella indipendente, è un filo rosso della sua carriera. Da dove nasce questa scelta? 

Qui devo fare un passo indietro. Per circa dieci anni sono stato prima studente e poi medico, ma non mi bastava. Sentivo il bisogno di fare altro, di dedicarmi alla ricerca. Ho fatto “il salto”, come si suol dire e il lavoro quale ricercatore è diventato la mia attività per venticinque anni. Ho sempre preferito lavorare per gli altri, mettendo al centro il cittadino e il paziente. Questo porta naturalmente verso la sanità pubblica, verso una visione progressista e universalistica. Non sono mai stato attratto dalle “sirene” del privato, nemmeno quando mi sono state proposte posizioni prestigiose e stipendi molto elevati. La ricerca indipendente, per me, è quella libera da interessi diversi da quello del paziente

Quanto conta in generale il paziente nella scelta del filone di ricerca? 

Nella mia esperienza, la ricerca, dalla preclinica alla traslazionale, nasce quasi sempre dal desiderio di migliorare la storia naturale di una malattia. È vero che oggi viviamo in un contesto dominato anche da altri valori, come la carriera o il profitto, ma la spinta originaria della ricerca resta il miglioramento della terapia. Ed è una fortuna poter lavorare in un contesto, quello di un Istituto di ricerca e di cura quale è l’Istituto dei Tumori di Milano che, nonostante tutto, continua a valorizzare questo principio. 

Che cos’è cambiato dai tempi di Veronesi e Bonadonna?

È cambiato il contesto. Quarant’anni fa molte grandi intuizioni potevano nascere da singoli ricercatori o piccoli gruppi. Oggi i problemi sono più complessi e richiedono grandi investimenti, team strutturati e infrastrutture avanzate. L’Italia resta tra i primi Paesi al mondo per numero e qualità delle pubblicazioni scientifiche, e questo non dobbiamo scordarcelo. È però più debole nel trasferire la ricerca sul mercato, in particolare nei brevetti, soprattutto a causa della mancanza di un sistema che supporti davvero questo passaggio.

Si può dire che l’attenzione ai giovani è sempre stata nel suo DNA? 

Quando ero giovane ho vissuto in prima persona le difficoltà di inserimento nel sistema sanitario, come la pletora medica, la mancanza di percorsi chiari, l’assenza di una vera programmazione. Sono stato fortunato a superare quella fase, anche grazie a scelte coraggiose, ma mi è sempre rimasta l’idea che fosse necessario fare qualcosa per cambiare questa situazione
Per questo, quando sono diventato Direttore scientifico, la porta del mio studio è sempre stata aperta: molti giovani vengono a parlarmi e spesso nascono confronti quasi familiari, tra nonno e nipote, tra fratello maggiore e fratello minore a seconda dell’età. Dalla mia esperienza è nata l’esigenza di strutturare questo approccio in modo sistematico, creando percorsi di inserimento, di progressione di carriera e contratti adeguati per giovani medici, ricercatori e personale di supporto. 

Si riferisce alla cosiddetta “piramide” negli IRCCS?

Sì, è stata una battaglia lunga e complessa, durata diversi anni. La soluzione trovata non è perfetta, anche perché le proposte più innovative sono state frenate da equilibri politici e sindacali. Tuttavia, oggi, almeno negli IRCCS, i giovani che entrano nel sistema hanno davanti a sé delle alternative e una minima prospettiva di carriera. È l’inizio. Ora il compito degli IRCCS, soprattutto pubblici, è migliorare culturalmente questo modello.

Lei ha anche promosso un’alleanza tra i direttori scientifici degli IRCCS, arrivando a riunirli tutti nel corso di un’edizione della Giornata della Ricerca in Istituto Tumori. Perché era necessario?

Gli IRCCS in Italia sono 54, molto diversi tra loro per storia, dimensioni, ambiti di ricerca e natura pubblica o privata. Per molto tempo ognuno ha lavorato in modo isolato, ma di fronte alle difficoltà crescenti riscontrate nell’ambito del nostro ruolo di direttore scientifico, è diventato evidente che non si poteva andare avanti da soli. Abbiamo iniziato con tavoli di confronto, coinvolgendo sia istituti pubblici sia privati, al fine di condividere buone pratiche e presentarci uniti di fronte alle istituzioni regionali, soprattutto su temi come la ricerca e la piramide. Questo lavoro ha portato anche a una maggiore collaborazione scientifica, emersa chiaramente durante il Covid.

Lei è Presidente di OECI,  Organisation of European Cancer Institutes,  un grande network europeo. Cosa ha portato della sua esperienza? 

Confrontandomi con colleghi europei ed extraeuropei, ho capito che l’Italia era meno presente di quanto avrebbe potuto nel panorama europeo, soprattutto rispetto ai grandi Paesi che hanno investito molto in strutture, personale e agenzie dedicate. 
Una volta diventato presidente del network, che oggi riunisce circa 180 centri, ho messo tra i miei obiettivi quello di creare una comunità, gruppi di lavoro, seminari, eventi, di far sì che l’Italia cominciasse a competere sul piano delle progettualità europee e portasse un contributo attraverso il coordinamento di progetti ad ampio respiro. Così, siamo diventati partner di alcuni progetti europei e anche coordinatori di almeno due dei nostri progetti europei. 

Tra i temi affrontati in Europa c’è la tossicità finanziaria? 

La variabilità nella qualità delle cure è inaccettabile. Esiste una forte disuguaglianza nell’accesso all’innovazione e nei risultati clinici, sia tra Paesi diversi sia all’interno degli stessi Paesi, Italia compresa. Il nostro obiettivo è identificare queste differenze, capire i gap e proporre strategie concrete per ridurle. Nel nostro Paese la spesa sanitaria pubblica è intorno al 9% del PIL, il prodotto interno lordo, ma una quota rilevante è costituita dalla spesa privata dei cittadini. In altre parole, ci sono persone che pagano di tasca propria per accedere più rapidamente per esempio alle cure. Ma i dati dimostrano che tra il 10 e il 15% delle persone rinuncia o ritarda cure ed esami per motivi economici. Questo genera una vera e propria tossicità, sia perché non ci si cura, sia perché il costo delle cure diventa esso stesso una fonte di sofferenza. 

La prevenzione resta una grande sfida. Cosa manca in Italia?

Manca il coraggio di investire oggi per ottenere risultati domani. La prevenzione e in particolare la primaria, potrebbe portare a una riduzione fino al 40-50% dei tumori, ma richiede politiche di lungo periodo, campagne di informazione, alleanze tra cittadini e istituzioni. Gli interventi da fare riguardano anche la prevenzione secondaria. Dobbiamo cambiare i criteri per identificare le popolazioni a rischio, che oggi sono ancora troppo grossolani. Dovremmo trasferire nella prevenzione le stesse logiche di personalizzazione che usiamo nella terapia, integrando dati clinici, genetici e ambientali. Senza ricerca dedicata, questo non è possibile.

Cinzia Testa

Giornalista scientifica dal 1992, specializzata in comunicazione della salute con particolare attenzione all'oncologia. Esperienza pluriennale in campagne informative e divulgazione scientifica. Vincitrice del premio Giovanni Maria Pace nel 2019 per il giornalismo in ambito oncologico.