Linfoma Hodgkin e non Hodgkin: quanto ne sai?

3 min lettura Tumori A cura di Cinzia Testa Ultimo aggiornamento:
Linfoma Hodgkin e non Hodgkin: quanto ne sai?

Il linfoma di Hodking è diventato “famoso” nel 2020, quando Teresa Cherubini, la figlia di Jovanotti, ha raccontato la sua storia di malata oncoematologia. Sì, perché il linfoma di Hodgkin è un tumore del sangue che colpisce i linfonodi e che riguarda prevalentemente i giovani tra i 15 e i 30 anni.
Ma non è l’unica. Ne esiste un’altra forma, chiamata non Hodgkin: a soffrirne qui sono invece soprattutto persone over 60. Due facce di una stessa medaglia, si potrebbe dire, che si manifestano e si curano però in modo diverso. E a loro è dedicata la WLAD -World Lymphoma Awareness Day, cioè la Giornata mondiale di consapevolezza sul linfoma.
Secondo i dati dell’ultimo registro AIRTUM, sono oltre 15.000 le nuove diagnosi di linfoma in Italia. Di queste, circa 2.150 riguardano il linfoma di Hodgkin, con una sopravvivenza netta a 5 anni dalla diagnosi pari all’82% nei maschi e 87% nelle femmine. Circa 13.200 sono invece le nuove diagnosi riguardo i linfomi non Hodgkin, con una sopravvivenza che, a 5 anni dalla diagnosi, si attesta al 64% nei maschi e al 67% nelle femmine.

Due forme, quali sintomi?

Il segno più caratteristico di linfoma di Hodgkin è il rigonfiamento alla base del collo, oppure nell’incavo delle ascelle, o ancora all’inguine. Ma non solo. Possono esserci prurito, oppure una tosse secca che perdura nel tempo e non si risolve mai, campanello di allarme di ingrossamento dei linfonodi del torace. Fanno parte dei sintomi anche febbre, soprattutto la sera, sudorazioni di notte così intense da richiedere il cambio delle lenzuola, un calo di peso superiore al 10% nell’arco di tre mesi senza avere seguito una dieta, stanchezza e affaticabilità.

Vietato “tirare in lungo”. Se c’è un sospetto, è bene parlarne col medico di famiglia, oppure rivolgersi direttamente allo specialista. I primi controlli sono gli esami del sangue: se sono alti i valori degli indici infiammatori e in particolare della VES e ci sono uno o più dei sintomi appena descritti, vengono richiesti Ecografia, TAC, PET e biopsia del linfonodo coinvolto nella malattia.

Potrebbe anche essere il Linfoma non-Hodgkin se ci sono un rigonfiamento al collo, oppure all’ascella o all’inguine. Possono esserci anche calo di peso, febbre e sudorazione notturna. I sintomi sono solitamente molto sfumati, tanto che non di rado la scoperta del linfonodo ingrossato viene fatta casualmente, per esempio nel caso degli uomini, mentre si radono la barba.

Linfomi e vaccinazione anti-covid: niente paura

Sono apparse notizie nelle scorse settimane, che hanno destabilizzato molti pazienti.
La vaccinazione anti-covid non funziona in chi ha un tumore del sangue, come per l’appunto i linfomi. «Non è proprio così», sottolinea Paolo Corradini, direttore Ematologia della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, cattedra di Ematologia all’Università degli Studi di Milano e Presidente SIE, la società che riunisce gli ematologi. «In chi sta seguendo cure con anticorpi monoclonali e chemioterapia, oppure li ha conclusi anche fino a 9-10 mesi prima, può avere una risposta anticorpale diversa rispetto a chi non è stato sottoposto a queste terapie».


Facciamo un passo indietro, per spiegare cosa succede nell’organismo di tutti, malati e non, quando viene inoculato il vaccino anti-Covid. In pratica, il sistema immunitario si attiva contro l’“intruso” e sviluppa una reazione mediata da due tipi di cellule: i linfociti B che producono anticorpi, e i linfociti T che invece sono responsabili della risposta cellulare al virus. Entrambi hanno il compito di creare le cellule della memoria. Cioè delle cellule particolari che, in caso di contatto col virus, in questo caso il Sars-Cov-2, si ricordano che è un nemico e lo combattono. «Abbiamo visto proprio nel corso di un nostro studio ora in fase di pubblicazione, che alcuni pazienti hanno sviluppato solo i linfociti T e che altri invece, non hanno prodotto nessun tipo di risposta immunitaria», chiarisce il professor Corradini. «Questo era però già un nostro sospetto, tanto da spingerci a dicembre 2020 a chiedere al Ministro della Salute di vaccinare anche familiari conviventi e caregiver, con l’obiettivo di alzare la guardia attorno al malato». In conclusione quindi per i pazienti è sempre vantaggioso vaccinarsi.

Photo Credit: FreePik

Cinzia Testa

Giornalista scientifica dal 1992, specializzata in comunicazione della salute con particolare attenzione all'oncologia. Esperienza pluriennale in campagne informative e divulgazione scientifica. Vincitrice del premio Giovanni Maria Pace nel 2019 per il giornalismo in ambito oncologico.